XXXVII. Altri colpi di testa

L’altro giorno ero in libreria. Devi sapere che il giorno prima avevo scoperto che era stato di recente pubblicato un nuovo romanzo di Hiromi Kawakami, delicatissima autrice giapponese che avevo già apprezzato qualche anno fa con “La cartella del professore”.
Con la CartaPiù della Feltrinelli io ho lo sconto del 15% su ogni libro entro un mese dall’uscita e credevo di poter approfittarne anche questa volta. Non sai la delusione quando arrivato in cassa mi sono ritrovato il prezzo pieno… il libro era già uscito da più di un  mese!
Avendo quindi già sborsato 19€ per un libello, seppur nella pregevole fattura dei Supercoralli Einaudi (tra le poche collane ancora fascicolate e rilegate a filo!), non avrei dovuto assolutamente cedere alla tentazione di ulteriori acquisti, visto e considerato anche il notevole accumulo di arretrati vari.
Però ero passato per cercare un libro di linguaggi di programmazione (sto approfondendo per migliorare sul lavoro) ed entrando sono passato per i libri in lingua inglese.
L’occhio mi è caduto subito sulla copertina di un libro che tanti anni fa avevo ottenuto in uno scambio su aNobii e poi rivenduto al Libraccio per letteralmente un paio d’euro. Shantaram di Gregory David Roberts.
Di solito non ritorno su libri che ho abbandonato, ma in questo caso l’inglese di Roberts mi ha convinto che il volume tradotto che avevo in mano era stato curato in modo pessimo.

Non so quando riuscirò a leggerlo (è assai voluminoso) però sono quasi poco pentito di questo ennesimo colpo di testa.

49. Colpi di testa

Avete mai avuto colpi di testa?
Anni fa stavo, quando stavo con Shizuko, dopo pochi mesi passati insieme lei si appassionò di gioco di ruolo dal vivo e iniziò a frequentare certe associazioni per lunghe vicissitudini che non ho voglia di rinvangare in questo momento.
So che è stupido pensarlo, ma dopo qualche tempo che iniziò a frequentare la compagnia, incominciò a diventare insofferente nei miei riguardi e sempre più fredda e distaccata.
E’ ovvio che con il senno di poi posso valutare tutto nel quadro nella sua instabilità affettivo-psicologica, ma all’epoca ero convintissimo, “i giochi di ruolo sono il male”.
Fino a che una sera, mi ricordo come se fosse ieri, la vigilia del mio esame di diritto, mi chiamò. Era su un vaporetto a Venezia e stava rientrando da una di queste serate “live”.
E mi mollò al telefono, per la prima volta, fottendosene del mio esame.
Io caddi in una forma di depressione acutissima: inappetenza insonnia, crisi di pianto continue.

Quello che faceva più male era ripensare a tutti i momenti belli e chiedermi “ma perché è finita? Stavamo così bene insieme”.

Diventai il fantasma di me stesso.

Poi non so che con che coraggio da parte mia e con che perfidia da parte sua ci riconciliammo.
Quel week end lei era scesa  a Genova sempre per un “live” e io presi letteralmente la porta di casa senza pensarci (e causando una crisi di ansia ai miei non assolutamente abituati a questi colpi di testa)  e con i limitatissimi fondi sulla mia postepay la raggiungi in treno (allora era molto più facile viaggiare con due euro ovunque).
Quella notte in hotel ci abbandonammo a una sessione furiosa di sesso riparatore.
Fu anche la prima volta che tentai di insidiarle, senza successo, lo sfintere.
Ora effettivamente ricollegando gli eventi, anche se è sicuramente vero che fu lei mesi prima a propormelo (e io a rifiutarlo), il tarlo della curiosità che si annidava nel mio desiderio nei riguardi del sesso anale si era nutrito anche di una sottile (e infantile) forma di vendetta nei confronti del male che mi aveva fatto e dell’orrore che mi aveva fatto vivere.
Come se invadere e martellare il suo orifizio posteriore potesse rimettere ordine ai ruoli venuti meno.
Ripensandoci non ne vado affatto fiero.

Sapete l’esito di quel colpo di testa.
Stranamente non me ne pento. Non mi sono pentito di aver fatto salire l’ansia ai miei (mai fatto né prima né dopo quell’evento), di aver avuto una botta di ribellione adolescenziale ritardata.
Non mi pento nemmeno di essermi riconciliato con Shizuko, perché nonostante l’errore, quegli ulteriori mesi insieme non solo sono serviti a guarirmi dalla depressione ma anche a convincermi di quanto fosse sbagliata lei per me.
Tutto quello che seguì mi aiuto a comprendere cosa volevo e soprattutto cosa non volevo.
E quindi ad arrivare a Michiyo

48. Ricominciare da qui

Sono passate due settimane dal mio ultimo post e mi stupisco di quanto il tempo trascorra veloce quando trascuri le tue cose.
Innanzitutto: Michiyo mi ha perdonato e ci siamo chiariti. Almeno a sufficienze da non sentirmi schiacciato dal senso di colpa.
Non per aver intrattenuto corrispondenza, di quello non c’è nulla di cui pentirsi. Semplicemente per aver tenuto nascosta la cosa e essermi intorcinato in balle astrali che hanno retto circa 30 secondi. E’ vero: quando non sai mentire, menzogne chiamano menzogne e alla fine ti trovi a spararle sempre più grosse.

Quella settimana è stata particolarmente turbolenta ed emozionalmente soverchiante. E ho francamente voglia di dimenticarla.

Questo breve post per riprendere l’abitudine e ritrovare il mio spazio. Non ho intenzione di recuperare il tempo perso, ma semplicemente di ricominciare da qui.

47. schifo

schifo schifo schifo schifo schifo mi faccio schifo solo un coglione potrebbe rovinare qualcosa di così bello per nulla, per scrivere letterine a sconosciuti, perché non potevo dirlo? potevo dirlo ma non volevo sentire la gelosia? e più il tempo passava più grave era il mio silenzio, più i giorni scorrevano meno avrei potuto dirlo senza una mezza bugia
tutto perché voglio scrivere letterine del cazzo, perché sono un grafomane con la nostalgia
mi odio, non so tenere le cose belle, rovino tutto ciò che tocco con le mie mani sudaticce
mi esplode lo stomaco, mi escono gli occhi dalle orbite, non capisco cosa sento
ma sento il silenzio di Michiyo, l’orribile silenzio che mi merito, la giusta punizione per essere un cretino
nascondere cose inutili, fingere di non farle, mentire sulla omissione per tenere privato uno spazio effimero che nulla può darmi, che non può darmi la serenità dei suoi occhi e il calore del suo sorriso

XXXVI. To One in Paradise

If I could see the sky above
And my mind could be set free
As wild white horses reached the shore
I’d stand alone and oversee

And if the bush before me burns
Should I turn my eyes away
And still the voices I can hear
As clear to me as light of day

I believed in my dreams
Nothing could change my mind
(Nothing could change my mind)
Now I know what they mean
How could I be so blind?

Cold sands of time
(Winds that blow cold as ice
Sounds that come in the night)
Shall hide what is left of me
(Come from Paradise)
I’ve been though times when no one cared
(Words that were mine)
I’ve seen clouds in empty skies
When one kind word meant more to me
(Shall last as a memory)
Than all the love in Paradise

I believed in my dreams
Nothing could change my mind
(Nothing can save me now)
‘Til I found what they mean
Nothing can save me now

46. Catarsi al pesto

C’è stata una stagione brevissima della mia vita, tra la tristezza e il rinnovamento, durante la quale mi dedicai a riscoprire quello che ero da solo.
Dopo aver passato anni insieme a qualcuno non sai dove finisci tu e inizia l’altro. Esiste un “noi” non un “tu e io”. L’io è un concetto che tende a sfumare in un’entità collettiva.
E cosa succede allora quando questa entità bifronte, quasi un mostro mitologico, il “noi” si frantuma e devi fare di nuovo i conti con il tuo “io”?
Deve ridefinirti, ma non puoi tornare indietro, perché questo nuovo “io” non sono è un’amputazione di un concetto più grande, ma non è neanche più l'”io” precedente.
Sei la persona che eri prima del “noi” più i pezzi masticati e risputati della coppia.
Insomma, sei fondamentalmente lo stesso, ma l’esperienza ti ha cambiato e ora devi capire come puoi essere di nuovo un’entità sé stante.

“noi”

Il primo gesto, me lo ricordo benissimo, fu quello di liberarsi simbolicamente dell’altra.
Davanti alla Rocca Costanza, seduto su una panchina all’ombra degli olmi, est
trassi dal portafoglio la fototessera di Shizuko e la gettai nel cestino là a fianco.
Poi andai a mangiarmi una piadina al chiosco di Piazza Matteotti (rigorosamente alle erbette campagnole, perché è così che mi piace) e suggellai la separazione.

E’ la prima volta che scrivo di questo.
Sono sempre stato piuttosto drastico nel tagliare con il passato. Io tento di chiudere la porta e cerco di non guardarmi indietro, ma sono condannato a una memoria totale e perenne, quindi non posso che considerare questi gesti atti di volontà, simboli della voglia di ricominciare. Mi è impossibile dimenticare.

LA piadina

Dopo aver passato una settimana a mangiare e dormire (le coccole che ti fa la cucina della nonna sono ineguagliabili) e a rimuginare silenziosamente sull’amarezza, dovetti affrontare l’ultimo esame della laurea triennale, passato per il rotto della cuffia.
Credo che la situazione generale sia stata la giustificazione per una conclusione così poco brillante di un curriculum di cui non vado affatto fiero. Avrei avuto modo di rifarmi nei tre anni successivi.

Mi ritrovavo alla fine del percorso di studi senza un tirocinio e una tesi, sicuramente fuori corso e meditando più che altro sulla relazione appena conclusa.
Avevo il supporto di una buona confidente, che ho tentato in tutti i modi di ritrovare in seguito ritrovandomi un muro di gomma. Quando le persone ti fanno capire che non sei più gradito è meglio girare i tacchi.
In quella fase, comunque, c’era e mi tirava su nel modo più intellettuale possibile: consigliandomi libri.
Ma devo anche ringraziarla per avermi fatto scoprire la comicità di Marcello Macchia che mi fu molto di conforto (una risata è difficile da strappare in certi frangenti).

conosciuto comunemente come “Maccio Capatonda”

In quei giorni si fece viva, per uno scherzo del destino, dopo quasi quattro anni di silenzio Etsuko, così dal nulla…
E fu vittima delle circostanze e in parte della sua mancanza totale di stile. Lo scambio avvenne in forma epistolare, che io sintetizzo nel dialogo che segue:

“Ehy chi non muore si rivede”
“Come si suol dire, l’erba cattiva non muore mai”
“Mi aspettavo una reazione del genere”
“Sai dopo quello che c’è stato tra noi e come è finita non può esserci amicizia o cortesia, ti prego di non cercarmi mai più”

E così archiviai Etsuko, ma restava da gestire la memoria di Shizuko.
Ed ecco che mi venne in soccorso, per ragioni totalmente personali, un film che apparentemente non c’entra poi molto: Lucia y el sexo.
E’ un film che amo moltissimo e forse proprio perché mi aiutò ad elaborare i miei ricordi. E’ una storia di memoria, lutto, rielaborazione.

E ne è protagonista uno scrittore. Quindi scrissi anche io.
Scrissi un racconto in cui immaginavo di sognarla, noi a due passi dal mare a mangiare trofie al pesto in un localino dove avevamo dormito un paio di volte e ci eravamo ripromessi di mangiare alla taverna, ma senza mai farlo.
E scrissi una collezione di flash sul nostro passato, suggellandoli con un immaginario me che gettava la fedina negli abissi marini.
Quella fedina invece la rispedii al mittente.
Forse avrei dovuto davvero gettarla in mare.

Una catarsi. Peraltro giudico il racconto della taverna il migliore che abbia mai scritto.
Ricordo quella estate che andava a concludersi come l’unico momento della mia vita in cui la mia velleità di scrittore ha avuto un fulmineo istante di fondatezza.

XXXV. Mondi alla rovescia

Mi spiace per coloro che non seguono bene l’inglese, non potranno cogliere del tutto la crudele finezza dei due video che seguono.

In un mondo dominato dalle donne, un uomo è oggetto di sessismo:

In un mondo in cui la norma è l’omosessualità, una ragazza affronta il suo essere eterosessuale:

Materiale interessante su cui riflettere.